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di Domenico Niglio

Tfr in busta pagaA conti fatti, l’anticipo del Tfr in busta paga conviene solo alle Casse dello Stato e a chi ha un reddito inferiore ai 15mila euro all’anno.

E non è detto che, viste le ricadute che accompagnano la scelta, anche questi possano ritenerla poco conveniente.

Ma cerchiamo di procedere con ordine, cercando di illustrare benefici e svantaggi derivanti da questa “possibilità” offerta dal Governo Renzi che non è oro ma, a guardarla solo un po’ più attentamente, neanche luccica più di tanto.

La scorsa settimana, infatti, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n° 29, che consente ai lavoratori dipendenti del settore privato, di richiedere al proprio datore di lavoro l’anticipo del TFR in busta paga, a partire dalla mensilità di aprile 2015.

Intanto bisogna specificare che da questa possibile scelta, sono esclusi i lavoratori che hanno contratti di tipo precario, le partite Iva, oltre ai dipendenti pubblici, nonché i dipendenti di aziende in crisi o con una procedura concorsuale aperta, mentre potranno optare per il Tfr in busta nei prossimi tre anni, anche coloro che hanno già aderito a un fondo di previdenza integrativa.

Oltre a questo intervento, infatti, la legge di Stabilità alza la tassazione sui rendimenti dei contributi alla previdenza integrativa dall’11,5 al 20%. E dopo anni in cui si è detto che il sistema dei fondi pensione in Italia è tra i più arretrati d’Europa (la raccolta è pari solo il 7% del Pil, contro il 60-70% dei paesi Ue più avanzati),  evidentemente si è deciso di abbandonare definitivamente il progetto, ma questo è un altro discorso..

La quota integrativa in busta paga, invece, avrà una tassazione Irpef ordinaria e non quella applicata al Tfr (tassazione separata) e compresa tra il 23 e il 26%.

Questo dato dovrebbe scoraggiare i lavoratori con un reddito superiore ai 15mila euro in quanto l’aliquota applicata sull’imponibile oltre tale soglia, parte dal 27% e cresce con gli scaglioni di reddito fino al 43%.

Dunque, più è elevato il reddito da lavoro, meno è incentivata (fiscalmente) l’opzione del Tfr in busta.

Ma poniamo il caso di un dipendente che guadagna 15mila euro lordi all’anno (cioè 1.000-1.100 euro netti al mese, a seconda del numero di familiari a carico) che accantona ogni anno 1.100 euro di Tfr. In busta paga avrebbe un incremento di circa 60 euro netti al mese.

Un lavoratore che ha un reddito di 30mila euro lordi (cioè 1.700-1.800 euro netti, a seconda del numero di familiari a carico), mette da parte ogni anno 2.200 euro di Tfr e avrebbe un aumento di poco più di 100 euro netti.

Solo apparentemente è più fortunato il lavoratore che guadagna 45mila euro lordi (cioè 2.400-2.500 euro netti, a seconda del numero di familiari a carico) che di solito accantona ogni anno 3.300 euro di Tfr. Al netto dell’aliquota al 43%, avrà un incremento di circa 160 euro netti al mese (simulazioni effettuate attraverso l’applicativo de “Il Sole 24ore”).

 Ma questa manovra sull’anticipo del Tfr si presta a più di una critica.

Intanto, da un punto di vista tecnico, dati gli evidenti svantaggi fiscali, i benefici sembrano essere più per le Casse dello Stato, sotto forma di un incremento del gettito, che per la maggioranza dei lavoratori dipendenti.

Dai primi calcoli, infatti, chi chiederà l’anticipazione del Tfr,  pagherà tra i 230 e i 700 euro in più di tasse l’anno ed è tutto da verificare che le poche decine di euro percepite in più ogni mese, possano spingere alla ripresa dei consumi. E’ sicuramente un aiuto a chi è in difficoltà con i debiti arretrati o con la rata del mutuo.

Ma, oltre agli indubbi svantaggi fiscali che comporta l’adesione a questa opzione, i lavoratori dovranno tener conto anche del mancato incremento del Tfr sugli interessi maturati.

Oltre a ciò, non bisogna dimenticare che questa quota di Tfr compone il reddito totale annuo e potrebbe essere decisiva per far “scattare” lo scaglione Irpef superiore (con aliquota decisamente più elevata che, paradossalmente, porterebbe a una diminuzione dello stipendio netto), oltre a concorrere a gravare sull’indicatore Isee, fondamentale per accedere a sconti per asilo nido, mense scolastiche, tasse universitarie e servizi sanitari.

Insomma, bisogna fare bene i propri conti prima di decidere se optare o no per questa scelta.

Finora nella pubblica opinione è passato il ragionamento secondo cui: cambiano le regole, non so che fine farà il mio  Tfr, meglio oggi anche se ci rimetto un po’, piuttosto che prendere qualche soldino in più quando e se andrò in pensione.

Ma questo ragionamento va a scontrarsi con la realtà dal momento che, come abbiamo cercato di illustrare, non solo comporta un incremento netto in busta non risolutivo, ma rischia di portare ulteriori aggravi sotto altre forme, oltre a non incrementare per tre anni (aderendo ci si impegna fino a giugno 2018) il “salvadanaio” da rompere al momento della pensione.

Ma ricordiamo che esiste anche un’altra possibilità per subire una perdita meno elevata del proprio Tfr.

Quella di richiederne l’anticipo per acquisto o ristrutturazione dell’abitazione o per gravi motivi di salute e per coprire spese mediche.

In questo modo si può recuperare fino al 75% del Tfr già versato. Perdendo comunque la rivalutazione, ma l‘aliquota fiscale sarebbe più bassa in quanto non seguirebbe il calcolo dell’Irpef, essendo soggetta a tassazione separata.

Ed ora a voi la scelta, tenendo sempre presente che l’opzione è irrevocabile fino al giugno del 2018.


Articolo inserito in Enti Privati


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