feb
13
di Riccardo Cenci
Nel luglio del 1941 Peggy Guggenheim, nipote di quell’infaticabile promotore dell’arte moderna che fu Solomon Guggenheim, al quale dobbiamo la nascita dell’omonima fondazione, abbandona la Francia occupata dai nazisti per tornare nella natia New York.
Molti artisti e scrittori dell’avanguardia parigina la seguono, spostando il baricentro della cultura dalla vecchia Europa in fiamme agli Stati Uniti.
Fra di loro c’è anche Max Ernst, colui il quale nello stesso anno diviene suo marito, e questo la dice lunga sull’importanza del Surrealismo negli sviluppi dell’arte sul continente americano.
Non a caso la mostra allestita al Palazzo delle Esposizioni (fino al 6 maggio prossimo – Catalogo Skira), snella e mai eccessivamente sovraccarica, si apre proprio con una tela di Yves Tanguy, esempio eccellente del clima dal quale scaturiscono le avanguardie a stelle e strisce.
Sotto l’etichetta un po’ generica di espressionismo astratto, prima manifestazione estetica in grado di scrollarsi di dosso il peso dell’eredità rappresentata dal vecchio continente, troviamo artisti assolutamente diversi come Baziotes, Gorky, Motherwell, Pollock e Rothko, la cosiddetta New York School, i quali assimilano e rielaborano in maniera personale gli influssi del cubismo e del surrealismo fino a riconsiderare persino l’arte dei nativi americani.
L’universo estetico di Rothko ad esempio trova una sua peculiare declinazione nel risultare pregno di una spiritualità tipicamente est europea (la Lettonia è il suo luogo di origine), per sbocciare in un afflato cosmico assolutamente originale, mentre l’action painting di Pollock rappresenta un gesto totalmente anarchico, in grado di scardinare i canoni costituiti sottraendo l’evento artistico a qualsiasi progettualità predeterminata. Non a caso nei medesimi anni alcuni compositori sperimentano tecniche aleatorie nei propri lavori, con il palese obiettivo di sfuggire al soggettivismo dell’opera trasformandola in un qualcosa di indeterminato e imprevedibile.
Lo stesso Pollock “abita” la tela senza sapere in anticipo quale sarà il risultato conclusivo. In questo modo l’artista infrange i canoni della vita sociale esprimendo un disagio profondo nei confronti del sistema.
Prescindendo dalle diverse declinazioni offerte dai singoli pittori, l’impressione generale è quella di una conflittualità interiore molto forte. Scenari totalmente diversi offre l’astrattismo degli anni sessanta coltivato da artisti come Lawrence Alloway, Frank Stella ed Ellsworth Kelly.
Il loro credo estetico prevede un allontanarsi dalle forme gestuali ed irrazionali di stampo espressionista, rivolgendo l’attenzione alle superfici pure, monocrome, essenziali, sottraendo l’opera a qualsiasi processo emotivo. Allo stesso modo gli scultori che abbracciano la poetica minimalista, fra gli altri Donald Judd e Dan Flavin, i quali trovano nel Conte Panza di Biumo un collezionista appassionato, mettono in evidenza la materialità dell’oggetto e la purezza della forma.
Anche in questo caso si potrebbe richiamare un parallelo con i compositori di minimal music quali La Monte Young, Riley, Reich e Glass, anch’essa nata a New York intorno agli anni sessanta. Il fenomeno più noto ed amato è comunque quello della Pop Art, della quale Andy Warhol è icona indiscussa.
Artista in grado di plasmare uno dei gruppi rock più influenti della scena newyorkese, i Velvet Underground, ammantandoli di un’aura misteriosa e maledetta, celebrato da David Bowie in un brano che ne rivisita il mito con ironia e sarcasmo, vero punto di riferimento per l’intero panorama musicale degli anni settanta, e non a caso firmerà copertine divenute leggendarie, Warhol è una figura emblematica, in grado di penetrare l’essenza del proprio tempo in molteplici campi, dal cinema alla musica, con eclettismo sorprendente. In Orange Disater #5, applicando la tecnica della ripetizione all’immagine francamente inquietante di una sedia elettrica, egli non solo accentua l’idea dell’arte come prodotto di consumo, ma crea un’opera estremamente critica e corrosiva nei confronti della società nella quale viviamo.
Qualsiasi notizia ripetuta all’estremo si logora, attraversa le coscienze perdendo a poco a poco il suo valore intrinseco. Il dissenso nei confronti della cultura di massa è evidente.
Accanto a Warhol troviamo Roy Lichtenstein, la cui opera sembra volta a restituire dignità al mondo dei fumetti ed alle espressioni culturali considerate minori. Il suo procedimento è in parte analogo a quello di Warhol; isolando singole strisce tratte dai cartoon egli evidenzia i meccanismi della produzione industriale delle immagini. La sua è una ricerca indirizzata verso il mezzo di comunicazione, volta ad indagare il processo di costruzione dell’immagine ed i suoi effetti sulla psicologia della collettività.
Ultima sala dedicata alla pittura fotorelista, la cui nascita deve molto alla stessa Pop Art, con opere di obiettiva neutralità le quali sembrano registrare i simboli del mito americano, moderni cow boys con i loro animali, insegne di negozi specializzati in tatuaggi, automobili (la celebre “Buick ‘71” di Robert Bechtle), motociclette e camion che paiono fatti apposta per intraprendere viaggi lungo le strade infinite e solitarie degli Stati Uniti. Di rilievo il gigantesco “Stanley” di Chuck Close, ultima opera in ordine cronologico (risale al 1980), ritratto di un uomo qualunque elaborato con tecnica puntinista.
Sorprende infine la riproduzione iperrealista dello stesso Guggenheim di New York, la famosa struttura progettata da Frank Lloyd Wright. E’ un luogo simbolo della società americana, paradossalmente costruito per ospitare opere solitamente critiche proprio nei confronti di quella stessa società, dedicato ad artisti i quali esprimono la propria amara disillusione verso il miraggio del sogno americano.



