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Dal convegno Eurispes-The Polis per una nuova economia: centralità dell’Uomo e redistribuzione
29, novembre, 2011 ( 1.695 visite )
di Domenico Niglio
Un convegno dai contenuti forti, quello che si è svolto venerdì scorso, sotto l’egida dell’Eurispes e dell’Associazione Culturale “The Polis”, dall’accattivante titolo “Un nuovo modello economico è possibile?”.
Moderato dalla giornalista di Italia Oggi Alessandra Ricciardi, ad aprire i lavori è stato il Segretario Confederale Uil Antonio Foccillo che, attraverso una dettagliata e completa relazione, ha indirizzato i successivi interventi.
Da “osservatore privilegiato”, Foccillo ha proposto una riflessione sui “danni” provocati dal neoliberismo che, attraverso gli strumenti speculativi messi a disposizione dalla globalizzazione e dal libero mercato, ha arricchito i pochissimi gestori della finanza mondiale, portando un’influsso negativo nel mercato del lavoro e, di conseguenza, nella qualità di vita delle persone.
“L’assenza di strumenti di contrasto – ha proseguito Foccillo – ci ha fatto assistere, in questi giorni, all’attacco della speculazione all’Italia e all’intero sistema economico europeo”. Portando, quali esempi possibili di contrasto, la Tobin Tax o altri vincoli “procedurali” di garanzia. Ha poi citato Matteo Maggiore, il quale sostiene, giustamente, che il “pareggio di bilancio non può essere l’unico obiettivo della politica, altrimenti alle elezioni potremmo semplicemente indire dei concorsi”.
Dunque un richiamo alla distinzione tra responsabilità politiche ed economiche.
Ma tutti hanno contribuito alla costruzione di un modello di capitalismo finanziario, figlio della caduta del Muro di Berlino e delle ideologie, della perdita del fine sociale dell’azione economica, sempre più orientata verso la speculazione a danno della produttività.
Sono venuti a crollare quei valori di solidarietà e tolleranza tra gruppi e generazioni diverse, frutto dell’azione del movimento sindacale, anche a causa di una politica “vassalla dell’economia”, come la definisce Foccillo, “con tagli costanti e significativi dei servizi pubblici, considerati soltanto sperpero di risorse”.
Ma anche l’Europa ha le proprie responsabilità, nel continuo ed unico inseguire stabilità, soltanto attraverso la BCE ed avendo come unica bussola il mercato. Una istituzione assolutamente lontana dai cittadini che nulla fa per tutelare dalla sempre crescente area di povertà.
Interventi “decisi” come quelli imposti alla Grecia, accentuano una crisi della sovranità nazionale che potrebbe portare a sacche di sofferenza che metterebbero a rischio la stessa democrazia. Ma non c’è un potere forte soprannazionale, piuttosto ci sono Stati “pari” soltanto formalmente.
La “ricetta” fornita da Foccillo, è quella di pensare ad un’economia che rimetta al centro le persone, attraverso serie e corrette politiche sociali e la distribuzione della ricchezza complessivamente prodotta. Da ciò, troverebbe giovamento anche la politica che ritroverebbe un po’ di credibilità.
Il primo intervento è stato del Presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara che, con la consueta lucidità di analisi, ha osservato quanto il nuovo secolo, invece dell’auspicato nuovo rinascimento, ci ha traghettato in un mercato diventato una “bisca” dove un’economia “di carta” ha colonizzato la politica. Una sorta di “estremismo liberista” che ha determinato che il mondo appartiene al più forte.
Quando si pensava all’Europa, ha ricordato Fara, non ci si attendeva di essere governati da banchieri. Oggi, i cittadini puntano a far crescere il Pil, ma questo non viene redistribuito. La politica, la società e l’economia sono strettamente connesse. La caduta di valori etici e il dilagare della corruzione hanno prodotto una società difficile, una fine della mobilità sociale, che ora avviene ancora ma… solo “in peggio”.
E’ comunque la politica, a giudizio di Fara, a doversi porre come guida per la ripresa, attraverso una riconquista della propria credibilità.
Si sono poi susseguiti interventi più “tecnici”, iniziando dal Prof. Sebastiano Fadda, docente di economia all’Università Roma 3, il quale ha ribadito che in fondo gli speculatori fanno solo il proprio mestiere; sono semmai le regole che dovrebbero controllare il fenomeno. Inoltre le “soluzioni individuali” alla crisi, non aiutano certo ad una coesione sociale, tutt’altro.
Fadda confuta anche la tesi sostenuta da qualcuno che la presenza esagerata di istituzioni porterebbe a minori movimenti di mercato quindi ad un minore sviluppo: in questo caso, la Svezia e l’Uganda avrebbero condizioni totalmente ribaltate.
La situazione attuale è quella che prevede più rendite, con il contemporaneo calo di profitti e di una equa distribuzione di questi, provocando così un indebitamento privato, fatto di mutui e prestiti difficilmente sostenibili. Questo porta ad una situazione in cui, complice anche la disuguaglianza fiscale, lo stato preleva dai cittadini i “prestiti” e non il fisco.
Altro limite che Fadda trova all’attuale sistema è l’ingresso della Banca Centrale Europea nel mercato primario. Ma le soluzioni indicate ruotano tutte intorno ai concetti che hanno caratterizzato questo convegno: fondamentale è la redistribuzione del debito per consentire alle imprese di tornare ad investire. Inoltre, anche per Fadda, il pareggio di bilancio diventa un limite per gli stati in quanto il debito è fondamentale per creare sviluppo.
C’è necessità di avere un controllo sui tassi d’interesse ed evitare tutte quelle anomalie coma la corruzione (che da sola “produce” circa 60 miliardi!), l’evasione fiscale, costi della politica, capitali scudati e tante altre cose strane quali, ad esempio, l’evasione provocata dalle macchine da gioco, per un valore presunto di circa 5 miliardi.
E’ necessario, inoltre, controllare la speculazione finanziaria con Tobin Tax ed altri strumenti che mettano nelle condizioni il mercato di essere più limpido, rispetto allo scoperto, alla suddivisione tra banche commerciali e banche d’affari (la Bce deve essere nel mercato primario per creare moneta in caso di necessità), incrementando il controllo sulle agenzie di rating (pagate da chi poi opera sui “punti” da esse determinati) e permettere trattative solo sui mercati ufficiali, mentre ad oggi solo un esiguo 10% delle operazioni si svolge in questo ambito garantito.
Sulla stessa falsariga l’intervento dell’altro economista presente, il Prof. Vincenzo Russo docente di Scienze delle Finanze de La Sapienza, il quale ha rimarcato il concetto secondo cui le banche, essendo ora più che mai nei guai, hanno trasferito il proprio debito sugli Stati. Ma a proposito di questi, Russo lancia un “allarme” rispetto alla sovranità nazionale che, prima o poi, porta alla guerra. “I rapporti tra stati, ha sottolineato Russo, non possone essere improntati su rigurgiti neonazionalisti”.
Un contributo storico dettagliato e illuminante, è stato portato dal Prof. Luigi Pruneti che ha svolto un excursus delle varie tappe che hanno portato al momento attuale economico e politico, nazionale ed europeo.
Ma il suo intervento e quello del presidente dell’”Equity in health institute” Dott. Fausto Felli, che ha letteralmente “incantato” la platea fornendo argomentazioni etiche inconfutabili, data la particolarità e l’assoluta sequenzialità degli argomenti illustrati, abbiamo ottenuto la promessa di poterli pubblicare nei prossimi giorni, scritti di proprio pugno dai relatori stessi.

Pensavo di essere un utopista, antico e nostalgico di un Mondo che tutti dicevano essere scomparso, invece dopo aver letto quest’articolo ho capito che il sogno di tornare ad un Mondo dove l’Uomo viene prima del denaro è possibile. Se persone importanti, sigle importanti, sindacalisti importanti, dicono che questo deve succedere, è segno che finalmente qualcosa si è mosso!
Negli ultimi anni non ho mai smesso di credere che un cambiamento radicale doveva avvenire altrimenti sarebbe andato tutto in malora: la nostra vita e quella dei nostri cari, il nostro lavoro, il sindacato e infine la democrazia. Ho lottato per il cambiamento: dapprima da solo, poi con pochi compagni, poi di più; sempre dalla base idee antiche che erano ridiventate nuove e che dicevano che l’Uomo è la cosa più importante e che il lavoro, il salario, la produttività, il consumo, venivano dopo! Devo ringraziare quei sindacalisti che mi hanno sentito e mi hanno dato lo spazio per diffondere la “malattia” della volontà di cambiare, tra questi c’è Foccillo. Ogni tanto, è vero, un pò di sfiducia si è anche impadronita di me. Poi pensavo ai partigiani morti per ridare all’Italia l’onore ed agli italiani la libertà, pensavo ai sindacalisti uccisi dalla mafia o dal terrorismo, pensavo ai magistrati ed agli uomini delle forze dell’ordine anch’essi uccisi perché il mondo in cui viviamo sia migliore, pensavo a tutti quei lavoratori che ogni giorno di ogni anno muoiono semplicemente di lavoro, sia per gli incidenti sul lavoro che per le malattie professionali ed allora ritornava la forza di andare avanti moltiplicata per mille, per mille volte mille. Io ho iniziato a fare sindacato per gioco, poi ho capito che era una cosa estremamente seria, maledettamente seria e che in alcuni momenti poteva diventare una croce da portare sulle spalle. Ho conosciuto persone GRANDI, uomini che si impegnano quotidianamente per gli altri e che molto spesso sono derisi e vessati, ma continuano il loro lavoro per il bene comune e che perlopiù rimane un lavoro nascosto. Penso di essere cresciuto un pò anch’io, grazie al sindacato, e dopo la famiglia, è l’unico amore che ho.
Il tuo commento, caro Nazzareno, rafforza quanto detto. Dal fatto “tecnico”, di cui normalmente ti occupi con passione e competenza, sei giunto ad una conclusione “sentimentale”, passando per quegli argomenti etici, che da sempre muovono la tua e, direi, la nostra attività.
E, prendendo spunto da te, voglio condividere anche io la soddisfazione di aver trovato nel mio cammino personale, un gruppo di persone il cui obiettivo non è il conseguimento dell’interesse, bensì l’affermazione di princìpi etici e morali di spessore.
Il tutto senza tralasciare l’aspetto tecnico che, nell’attività sindacale, ha un peso determinante.
Ormai sono anni che, ad ogni nuova conoscenza ci coglie quasi l’imbarazzo di dichiarare l’attività sindacale svolta.. quasi fosse un’”infamia” lavorare a tutela dei diritti dei lavoratori!
Questo è frutto della sfiducia che i cittadini hanno in quelle attività che, come la politica e il sindacato, per troppi anni hanno ceduto a “ricatti” di ogni genere, proprio per aver messo al centro i “profitti” a discapito dell’”Uomo”.
La “libertà” espressiva e di azione, nei nostri rispettivi ambiti e responsabilità, che questa Organizzazione ci consente di avere, è un tesoro che auguro di cuore a tutti coloro che hanno voglia davvero, come dici tu, di dedicare il proprio impegno quotidiano per gli altri e per il recupero di valori cui teniamo e che crediamo possano essere l’unica via d’uscita.
Ciascuno di noi può fare e fa molto. E ringraziamoci vicendevolmente sempre! E sosteniamoci, come abbiamo sempre fatto.
Chiunque faccia sindacato con “coscienza”, almeno una volta a stagione vive un momento di sconforto. La voglia di abbandonare tutto, l’arrendersi ad uno stato delle cose che non si può cambiare, a cercare di portare alla ragione chi quella ragione non sa o non vuole riconoscere.. semplicemente perchè non gli conviene.
Lo scadimento delle “relazioni industriali” e la conseguente “derisione e vessazione” di cui tu parli, per gran parte deriva, a mio giudizio, anche da quella parte datoriale che non vuole riconoscere le parti sociali quali “amiche” in quanto condividono lo stesso interesse di sostenebilità occupazionale, ma cerca di tenerle “alla larga”, forse per la paura di doversi confrontare seriamente e con obiettivi un po’ più a lunga scadenza, rispetto ai tempi di “legislatura” che regolano la vita “politica” degli amministratori.
Non è pensabile che in un settore in crisi economica, di sostenibilità e di “identità” giuridica, si effettuino studi, congressi, presentazioni di “linee guida” per riorganizzazioni aziendali e di settore, si affrontino temi che vanno dall’occupazione agli investimenti, dalla trasparenza ai regolamenti, senza un confronto con i sindacati che rappresentano la parte “umana” dell’aspetto lavorativo. I lavoratori considerati alla stregua di computer o edifici che ospitano gli uffici che, essendo oggetti, ovviamente non hanno propri rappresentanti e si lasciano utilizzare senza esprimere volontà.
I pc non scelgono i programmi, le “stanze” non decidono chi o cosa ospitare o come essere arredate, i lavoratori non possono proporre modelli organizzativi, ma devono sottostare a quanto gli viene “impostato”.
Dunque, è contro questa volontà di porre l’uomo non più quale “consumatore finale” dell’economia, ma come “strumento” che garantisca produttività e profitti per un mercato economico da cui non godrà alcun beneficio, che siamo chiamati a “lottare” tutti i giorni.
E, mi piace ribadirlo, è davvero coinvolgente sostenere questa lotta impari e faticosa, che tutti i giorni condividiamo, chi in modo più rilevante, chi nel perfetto anonimato. Ma comunque tutti importanti allo stesso modo.
Basta far riflettere anche i propri compagni di stanza per portare un “mattone” verso ciò in cui crediamo.
E sono davvero orgoglioso di poter condividere questo percorso con chi, fino a prova del contrario, ha sempre dimostrato di condividere questi temi e questo spessore morale.